Alcara li Fusi
Un'antica leggenda fa risalire la fondazione della cittadina di Alcara a Patrone, seguace di Enea, originario di Turi, nell’Asia Minore.
Si narra che il soldato troiano, mentre Enea con la sua flotta costeggiava il litorale tirrenico, si sia staccato dal gruppo, stanco di peregrinare, ed abbia approdato nei pressi di Acquedolci. Da qui, risalendo la costa, si è fermato nel territorio di quella che chiamò Turiano, in ricordo della sua patria di origine, da cui discese poi Alcara li Fusi.
Ma, in epoca preistorica più remota, i Sicani, popolo misterioso di incerte origini e con un linguaggio oscuro, primi abitatori di Sicilia, occuparono le alture del monte Crasto, che fa parte della imponente catena montuosa a est del paese, per costruirvi una splendida città, “famosa per le donne raffinatissime”, come dice Tommaso Fazello in “De Rebus siculis”, che si rifà alle testimonianze di Filisto e di Stefano Epitomatore. Aggiunge Fazello che furono cittadini del Crasto la cortigiana Laim ed Epicarmo, l’inventore della commedia moderna, il quale, in epoca storica, emigrò alla corte del Tiranno di Siracusa, com’è scritto anche nella Suda.
Incerte ed insicure sono le notizie su Alcara in epoca romana.
Pare che Alcara sia stata eletta a sede vescovile dal Papa Leone II, nativo del luogo, in periodo bizantino, ma la notizia non è confermata da fonti attendibili.
Sul monte Crasto, vera fortezza naturale inespugnabile, si asserragliarono le comunità cristiane dei Nebrodi, di rito greco, per resistere ai violenti attacchi degli Arabi, accampati in contrada Saracena, di fronte alla montagna.
La prima volta che il nome di Alcara, nella forma araba di Acharet, compare in un documento ufficiale di indiscussa certezza è nell’atto di costituzione –Diploma- di beni patrimoniali e di diritti prediali del 1082, del Gran Conte Ruggero d’Altavilla, a favore della Diocesi di Troina, durante la guerra di liberazione dell’isola dagli Arabi.
Di testimonianze del passato e di tesori d’arte sono piene le monumentali chiese di epoche diverse, ornate da artistici portali e con arditi colonnati all’interno, in pietra calcarea lavorata.
Caratteristici sono i tre mulini ad acqua, antichissimi, di cui uno solo funzionante ma inattivo.
La ricca sorgente d’ acqua, gelida e pura, di Piano Abate, con sette cannoli, è raccolta in una fonte splendida, a cui il poeta Natale Donadei dedicò un distico elegiaco, per esaltarne la bellezza, scolpito su una lapide, nel prospetto frontale.
Il vasto territorio comunale, simile ad un anfiteatro naturale, diviso in due versanti dal profondo solco scavato dal fiume Rosmarino, le cui origini si perdono nella lontana foresta di faggi di Mangalaviti, residuo della vegetazione dell’ultima glaciazione che si estese fino in Sicilia, sono quanto di più diverso e contrastante.
Dalla riva destra del corso d’acqua, si innalza a precipizio il massiccio costone di roccia calcarea, segnato da profondi valloni tenebrosi e oscuri botri, brullo e selvaggio, coperto da vegetazione – ulivi e frutteti - solo lungo la fascia pedemontana.
La riva sinistra, invece, si eleva gradatamente, adagiandosi mollemente su ampi e spaziosi pianori, intervallati da collinette e poggi coperti da querce e roverelle, fino a culminare nei fitti boschi di Tambullano e, più su, fin nella vetta del Monte Soro selvoso, ai cui piedi si stendono il lago artificiale di Maullazzo e il Biviere di Cerarò, mete rilassanti per turisti in cerca di quiete.
Varia, molteplice e ricca la fauna selvatica, ancora, per fortuna, presente, nonostante la caccia indiscriminata di questi ultimi decenni, e ora protetta dall’Ente Parco dei Nebrodi.
Nelle rocche del Crasto, nella cui viscere si protendono le profonde grotte del Lauro e nel cui interno si aprono spettrali antri grandiosi con spettacolari formazioni calcaree di stalattiti e stalagmiti, nidificano, nelle cenge di pareti a strapiombo, nelle fenditure e negli anfratti, l’aquila reale, l’avvoltoio, già estinto nel 1966, e adesso reintrodotto dall’Ente Parco, il corvo imperiale, il nibbio reale, la poiana, il gufo, il barbagianni e stormi di piccoli e rari volatili, oltre alla taccola, alla coturnice e al succiacapre.
Fuori dal circuito delle grandi vie di comunicazione, raggiungibile facilmente attraverso la strada provinciale n° 161, collegata allo svincolo stradale dell’Autostrada A\20 ME-Pa di Sant’Agata Militello, lungo un percorso di appena 15 Km, il paesello di Alcara è un’oasi di pace e di serenità, per una vacanza in qualsiasi stagione dell’anno, lontano dai clamori e dai rumori della città.
[GIACOMO ALPINO]
